Tre “problemi” che spesso vengono messi in relazione causa effetto. Non mi è mai successo però di sentire un’analisi dei rapporti causa effetto tra tutti e tre contemporaneamente cosa che proverò a fare in questo post.

Questi fattori infatti sono legati attraverso varie dinamiche tanto che, come vedremo in conclusione, difficilmente possono essere risolti se affrontati singolarmente oppure in coppia.

Partiamo dalla disoccupazione. I dati ISTAT seppure mostrino un significativo miglioramento tra il 2013-2017 rimangono significativi di un problema (dato assoluto 11,2% – fonte ilsole24ore) con la disoccupazione giovanile al 21,2%. I dati sciolinati nei TG però non prendono quasi mai in considerazione tutti i fattori propri del lavoro ad eccezione dell’età e dell’area geografica. Uno dei fattori da considerare ad esempio è il numero di disoccupati per qualifica, intesa come livello di specializzazione del lavoratore.

Di seguito il grafico tratto sempre da ilsole24ore che riporta i dati del rapporto annuale Excelsior (Unioncamere e Anpal) riguardo il fabbisogno occupazionale Italiano tra il 2018-2022.

Su quasi 2.600.000 posti stimati per circa 1 milione è sufficiente la qualifica professionale o la scuola dell’obbligo. Niente lauree, licei o istituti commerciali quindi. Mentre nella parte bassa si nota come 743.000 posti si trovino tra le low skills cioè tra i lavori a più bassa specializzazione e sommandole alle medium skills (Commerciali, Servizi e Impiegati) si arriva a circa 1.640.000 cioè al 64% circa di tutto il fabbisogno. Se si legge al contrario si evince come oltre il 30% dei posti in previsione – che non sono pochi – richieda una laurea.
Questo deriva da due fattori del mondo in cui viviamo e del posto in cui viviamo. Da un lato l’incredibile avanzamento tecnologico degli ultimi 30 anni e dall’altro la globalizzazione che ha aperto le porte in entrata per i beni ma anche in uscita per le attività produttive che richiedono lavoratori low skills e che possono quindi andare in paesi dove il costo del lavoro è drasticamente più basso del nostro. Aumentano i posti ad alta qualifica e diminuiscono quelli senza qualifica. Ma perché allora i laureati emigrano? Qui si inserisce il problema della fuga di cervelli.

Le cause possibili sono inequivocabilmente 3. I laureati sono troppi e/o le condizioni di lavoro non sono soddisfacimenti per il ruolo e/o i posti disponibili in proporzione sono pochi. Quest’ultima causa possiamo già scartarla in partenza come visto sopra. Sulle condizioni di lavoro la discussione occuperebbe diverse pagine. Mi limito a osservare – sicuro di non essere il solo – come precariato, crisi e riforme varie abbiano dato un enorme contributo alla svalutazione del lavoro senza esentare le high skills.

Mi vorrei concentrare invece sul numero di laureati per professione. Se guardiamo infatti il numero di concorrenti per le posizioni disponibili salta all’occhio come l’offerta di laureati sia esorbitante rispetto alla domanda. Nel mio settore ad esempio (infermieristico ndr), i concorsi degli ultimi 10 anni sono sempre più “sovraffollati” con partecipanti spesso sopra le 10.000 unità per 20-30 posti disponibili. Molti infermieri infatti trovano rifugio all’estero. In Svizzera già da molti anni vista anche la vicinanza con l’Italia, in Inghilterra dove si registra un’impennata negli ultimi anni e recentemente si assiste anche all’emigrazione verso la Spagna. Questo perché non esiste, o se esiste è assolutamente inefficace, una programmazione a livello nazionale dei posti universitari in rapporto alle previsioni del fabbisogno occupazionale.

sforniamo una quantità di laureati assolutamente non proporzionata alla domanda creando così gruppi di professionisti destinati ad emigrare o a cercare un lavoro che troveranno forse e con estrema difficoltà

In pratica sforniamo una quantità di laureati assolutamente non proporzionata alla domanda creando così gruppi di professionisti destinati ad emigrare o a cercare un lavoro che troveranno forse e con estrema difficoltà. Naturalmente i costi di questa formazione li sosteniamo tutti. Non è necessario soffocare le aspettative di molti per risolvere il problema. Infatti una programmazione oculata farebbe semplicemente cambiare strada a molti senza farli rinunciare alla voglia di una occupazione ad alta specializzazione.

esportiamo laureati ed importiamo lavoratori senza qualifica

Arriviamo adesso all’immigrazione. Termine che oggi scalda gli animi ed è percepito come qualcosa di negativo. Possiamo chiamarli lavoratori esteri per prenderci una pausa dall’odio che è stato associato alla definizione di immigrato. É noto come tra loro ci siano in maggioranza i c.d. migranti economici che in un paese evoluto e al passo con la tecnologia attuale sarebbero preziosi come il pane. Invece noi esportiamo laureati ed importiamo lavoratori senza qualifica e senza peraltro dargli un minimo di formazione (linguistica, civica, normativa ecc.) per inserirli in quella che sarebbe la loro naturale collocazione cioè la manodopera a basso costo low skills. Ce li ritroviamo per strada a bivaccare, mendicare, spacciare droga oppure nei campi sfruttati da proprietari senza scrupoli in condizioni disumane.

Vent’anni di politica dormiente non hanno preparato il terreno allo spostamento della qualifica media dei lavoratori e delle posizioni verso l’alto ed a leggi in grado di mantenere i posti di lavoro a minor costo senza svilire la qualità di vita delle persone. Posti che sono in grado comunque di produrre gettito, consumo e fabbisogno di servizi.

ATTENZIONE

Se hai letto fino a questo punto probabilmente soffri di qualche disturbo non ancora individuato dalla medicina moderna.

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E inutile che provi non c’è via d’uscita.

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