Il vuoto nella normativa sugli orari di lavoro sta creando disparità che (pare) nessuno ha voglia di affrontare.

Correva l’anno 2015 e nel mese di ottobre salivano le preoccupazioni per l’imminente scadenza dell’ennesima deroga all’applicazione del Dlgs 66/2003 prevista il 25 novembre 2015. La norma non è altro che il recepimento di alcune direttive Europee sull’orario di lavoro. Ma l’attuazione è stata a lungo rimandata, come al solito, senza intanto prevedere delle misure in grado di arginare i possibili effetti sul mondo del pubblico impiego e in particolare su quello della sanità.

La norma prevede tra le altre cose dei paletti sugli orari di lavoro dei turnisti con limiti su riposi giornalieri, settimanali e sull’orario di lavoro settimanale. Una norma pensata sia per garantire il benessere psico-fisico del lavoratore che per ridurre e prevenire possibili errori, infortuni o malattie da accumulo di stress lavoro-correlato. Insomma, garantire il benessere dei lavoratori e la sicurezza di lavoratori e utenti nel caso, ad esempio, del mondo sanitario. Quindi almeno 11 ore di riposo tra un turno e l’altro, almeno 1 riposo di 24 ore consecutive ogni 7 giorni, massimo 48 ore di lavoro settimanale “a qualunque titolo prestate”…

Qualcuno potrebbe dire: <<Ok ma questa mancanza vale per tutte le forme di volontariato>>. Si potrebbe aprire una discussione generale ma in realtà non è così perchè il volontariato nel soccorso è una forma in cui volontario e dipendente hanno le stesse mansioni, la stessa responsabilità davanti al giudice. Svolgono le stesse operazioni e gli stessi adempimenti burocratici per un servizio di pubblica utilità che va garantito per legge. Così è soltanto il volontariato in Protezione Civile ma in quel caso il servizio, salvo rare eccezioni, non è distribuito h24 su 365 giorni all’anno. Nel soccorso sanitario il servizio deve essere garantito senza soluzione di continuità ma i vincoli del Dlgs 66/2003 vengono applicati solo ai dipendenti.

Qui nasce il corto-circuito. Il volontario può, ad esempio: svolgere un turno notturno in ambulanza di 12 ore ed il giorno successivo recarsi al proprio lavoro o viceversa terminare la giornata di lavoro alle 17 e prestare servizio in ambulanza dalle 20 alle ore 8. Può svolgere anche 24-36-48 ore di turno consecutivi (es nei week end) in ambulanza. Può superare anche di molto il limite di 48 ore settimanali cumulando il proprio lavoro con il volontariato o saltare sistematicamente il riposo settimanale dal lavoro per un turno in ambulanza.

Ma a chi giova tutto questo? sicuramente alle casse dello stato perchè, come scritto prima, il servizio deve comunque essere garantito per legge. Nel caso di errore o grave infortunio al lavoro o durante il servizio in ambulanza dovuto ad un accumulo di stanchezza chi ne risponde? L’argomento della normativa sull’orario di lavoro andrebbe seriamente affrontato per verificare questi aspetti anche se è chiaro che andrebbe contro gli interessi economici di stato e regioni che con il volontariato in ambulanza possono indirizzare ingenti risorse verso altri settori.

Probabilmente è anche per questo motivo che in realtà dove il servizio di emergenza territoriale è misto pubblico (AUSL) – associazioni di volontariato si assiste a rinnovi di convenzione che ampliano le ore di servizio alle associazioni e riducono quelle in carico direttamente alle ausl con proteste da parte di sindacati e lavoratori. Sui social si assiste intanto alle solite divisioni o “guerre tra poveri” dove ho avuto modo di leggere di volontari che difendono la propria “professionalità” e non vedono nulla di strano in queste situazioni.

Bene, adesso sto per scrivere qualcosa che provocherà molti mal di pancia: il volontario del soccorso è per definizione da dizionario un dilettante. Cioè una persona che nella vita svolge o ha svolto un altro mestiere e dedica parte del proprio tempo libero ad aiutare gli altri in attività più o meno sporadiche e comunque mai continuative, strutturate ed esclusive. Si possono fare tutti i corsi e re-training di questo mondo ma senza continuità e metodi di selezione severi non si arriverà (quasi) mai a livello di chi quel mestiere lo fa quotidianamente e in via esclusiva.

Oggi sarebbe il caso di rivedere il sistema di emergenza territoriale perchè, sebbene il volontario sia una risorsa importante nel sistema, data la complessità attuale dei pazienti, delle tecnologie, dei presidi e dei percorsi diagnostico-terapeutici non è più pensabile di basare intere aree o interi sistemi esclusivamente sulla forza lavoro dei volontari. Sarebbe più sensato un impiego come “risorsa ausiliaria” e aggiuntiva ad un equipaggio minimo di 2 professionisti (nel senso che di mestiere fanno quello e basta). Gli aspetti del Dlgs 66/2003 sopra esaminati lasciano pensare che, stante la situazione, conviene ancora di più affidare il servizio pubblico di emergenza ambulanze ad associazioni piuttosto che gestirlo direttamente, scaricando queste ulteriori responsabilità sull’aggiudicatario che tanto, si sa, nessuno andrà mai a controllare.

Amen

Una risposta su “Il volontariato nel soccorso dopo il Dlgs 66/2003.”

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